Attorno al Castello di Campobasso ruota tutta la storia dello sviluppo insediativo e urbano della città. Qualunque visita guidata del centro storico andrebbe iniziata dal Monte Bello, meglio conosciuto come "i Monti". Ѐ qui, infatti, che deve ricondursi il primo sviluppo insediativo di Campobasso.
Nonostante l’imponenza dell’edificio che domina di fatto la città e contraddistingue il panorama cittadino al punto da esserne l’emblema più importante, mancano ancora studi sistematici sul Castello di Campobasso, detto Monforte. Il nome attribuito al castello rimanda a quella che fu l’ultima famiglia feudale che dimorò in esso, ma, soprattutto, che più di qualunque altra si prodigò maggiormente a sistemarlo secondo la pianta attuale.

Ѐ erroneo, infatti, pensare e sostenere che la vita del castello abbia inizio con i Monforte e dalla metà del XV secolo. In tal senso, lo storico Benedetto Croce, che ha dedicato un suo lavoro ai Monforte e al castello di Campobasso, redime in tutto e per tutto qualunque interrogativo sulla datazione del maniero, collocandola al IX secolo. L’archeologo campobassano Gianfranco De Benedettis, in base ad alcuni ritrovamenti, ritiene che il sito sia stato sfruttato in epoca sannitica e poi romana, per quanto non possa parlarsi di un vero e proprio insediamento.
Un documento pergamenaceo del maggio 878, oggi conservato presso l’Archivio Segreto Vaticano, attesta con certezza l’esistenza di un abitato denominato Campi bassi, e dimostra la presenza ex ipsis Castellis, di un castello. Si tratta di una concessione sottoscritta dal duca Adelchi, principe di Benevento, a favore dell’abate di S. Sofia, affinché il feudo di Campobasso non venisse gravato di ulteriori tassazioni essendo sotto la giurisdizione della badia beneventana di S. Sofia.
Altre notizie utili a documentare l’esistenza di un abitato più consolidato e strutturato attorno al castello devono collocarsi intorno all’anno Mille, quando è attestata la presenza di diverse chiese in prossimità del castello stesso. Campobasso acquistò una certa importanza a cavallo del XIII secolo, quando fu governata dai de Molisio, famiglia francese che in epoca normanna assunse il titolo di connestabile (responsabili dell’amministrazione militare) della Contea che da loro prese il nome di Molise (partizione politica-amministrativa). Ѐ in quell’epoca che Campobasso assume il titolo di civita e non più di castrum o castellum. L’insediamento si connotava per una piccola torre merlata con feritoie molto strombate ai margini, e delimitato dalla cinta muraria che arrivava grosso modo fino a S. Leonardo. Si tratta comunque di una struttura insediativa ricorrente nel resto del Molise medievale e dell’Italia Meridionale, si è di fronte al cosiddetto fenomeno dell’incastellamento che contraddistingue la storia insediativa molisana. Difficilmente si potrà trovare un comune del Molise in cui non vi sia un castello o qualche rudere che ne attesti la presenza passata. Nel corso dell’età medievale, infatti, cessata la pax romana, durante la quale le città erano poste in pianura lungo le strade di comunicazioni, i tratturi, gli insediamenti si spostarono, perlopiù per motivi politico-militari, in altura, a controllo delle strade di comunicazioni.
Proseguendo in ordine cronologico è da segnalare un ritrovamento che attesta l’utilizzo come dimora signorile e la sistemazione di alcuni ambienti del castello tra gli anni Venti e Trenta del Trecento. A seguito dei lavori di restauro del Novecento, nel 1991, furono ritrovati diversi frammenti di un pavimento di piastrelle di protomaiolica realizzati in argilla (17*17cm e di 6 cm). Erano stati ormai coperti da un muro di una scarpa eretto a ridosso dell’originaria cortina quattrocentesca realizzata per rimediare, con ogni probabilità, ai danni del terremoto del 1456. Le ceramiche presentano, su uno sfondo bianco, dei disegni e dei decori che rievocano la vita nelle corti feudali. Disegni di lepri e beccacce rimandano inevitabilmente alle battute di caccia, vezzo dei feudatari, così come gli utensili del maniscalco presenti su alcuni frammenti richiamano l’importanza della cavallerizza e della lavorazione del ferro per il Molise e feudatari. Con ogni probabilità le ceramiche erano state prodotte proprio a Campobasso, nella fornace rinvenuta in via Monticelli. Esse furono commissionate da Riccardo II di Gambatesa Monforte, come dimostra la "R" gotica presente su alcune di esse. Considerata la datazione, è certo che si possa parlare della più antica pavimentazione nota per il Regno di Napoli e, comunque, della più pregevole per il Trecento meridionale. I resti sono stati esposti in una mostra presso il Museo Sannitico di Campobasso, in occasione delle Giornate del Patrimonio 2006, e sono attualmente conservati presso lo stesso museo.
I disastrosi terremoti prima del 1348, detto del Petrarca, e poi del 1456, detto di S. Barbara, compromisero la struttura del castello. Ѐ proprio nella fase di ricostruzione dai danni sismici che deve collocarsi il legame più forte tra i Monforte, feudatari di Campobasso dal 1326 al 1465, con, in particolare il conte Nicola detto Cola, con Campobasso. Il conte era un uomo di armi e capitano di ventura, molto ambizioso nei propri progetti militari e politici, oltre ad essere anche un uomo di cultura e forse anche un poeta (una ricca biografia del conte di Monforte è nel Dizionario Biografico degli Italiani consultabile anche online). Egli, infatti, ambiva a ritagliare per Campobasso un ruolo prioritario rispetto agli altri centri molisani. Il feudo di Campobasso aveva, di fatto, una posizione strategica, collocandosi sul braccio tratturale Cortile-Centocelle. Dalla Taverna del Cortile, il tratturo Castel di Sangro-Lucera intersecava i bracci di collegamento con il tratturo Pescasseroli-Candela a ovest (braccio Matese-Cortile) e con il Celano-Foggia a est (braccio Cortile-Centocelle). Tale posizione permetteva il controllo dello snodo fra Abruzzo e Puglia e quello tra il Regno di Napoli ed il mare Adriatico. Nel bel mezzo poi delle guerre tra Angioini e Aragonesi per la conquista del Regno di Napoli, il filo-angioino Cola di Monforte intendeva porre Campobasso al centro del proprio stato feudale e fare della provincia di Contado di Molise una delle più importanti del Regno.
Avviò così per Campobasso una serie di interventi volti a darle un nuovo volto e rimediare ai danni sismici. Si demolirono le abitazioni che si trovavano nella parte più alta della collina, mantenendo solo i luoghi di culto, e realizzò una nuova cinta muraria più ampia della precedente, che racchiuse tutto l’insediamento, partendo dalla chiesa di S. Antonio Abate e arrivando a quella di S. Paolo, passando per le attuali via Marconi, via Orefici e viale del Castello. La stessa cinta muraria fu intramezza da sei torri e porte, che segnavano gli ingressi alla città e che finirono per contraddistinguere lo stemma cittadino. Si deve poi sempre al conte Cola di Monforte la ristrutturazione del castello, conferendogli l’attuale impianto quadrangolare con la merlatura guelfa e con le quattro torri angolari, adeguandolo a quelle che erano i modelli militari del tempo. Fece realizzare, infatti, un muro a scarpa per rinforzare la struttura del castello stesso, e fece costruire il ponte levatoio, munito di batti-ponte, rivellino e fossato secco. Il ponte era del tipo detto "a bulzoni", dal nome delle travi utilizzate per sollevare con un sistema di corde o catene il ponte stesso, le quali si incastravano nelle scanalature ricavate sulla porta. Nel più ampio progetto militare di Cola Monforte v'era sia l’intenzione di fortificare il castello e la città, dotando per altro il castello e la cinta muraria anche di un cammino di ronda in parte ancora visibile al di sopra della porta di S. Antonio Abate, che l’ambizione ad ospitare Giovanni d’Angiò, pretendente francese al trono di Napoli, conferendo così anche un aspetto gentilizio al castello stesso. Egli, infatti, si preoccupò di introdurre dei dettagli ornamentali alla struttura. Inserì delle bifore gotiche sulle pareti, ma soprattutto ebbe particolare attenzione nella realizzazione del nuovo portale d’ingresso con ponte levatoio. La tecnica costruttiva di quest’ultimo, infatti, a colpo d’occhio, mostra una manifattura del tutto diversa dal resto della struttura. I conci sono perfettamente lisci e squadrati e presentano diversi elementi decorativi. Nella chiave di volta del portale, il Monforte pose lo stemma di famiglia, caratterizzato da una croce accantonata da quattro rose (nelle versione a colori lo stemma si presenta con la croce rossa in campo oro, con le rose accantonate di colore argento). Lo stesso stemma si trova anche in altri punti del borgo antico, come nel caso della porta di ingresso alla città nei pressi della chiesa di S. Antonio Abate, il quale reca l’anno dei realizzazione, 1463, che aiuta a datare le maggiori opere di ristrutturazione del centro storico e del castello ad opera del conte Cola. Un altro analogo stemma è conservato anche nell’androne del municipio di Campobasso, e reca la stessa data. Tutte queste informazioni, insomma, testimoniano il costante utilizzo del castello quale dimora feudale certamente per tutto il XIV e fino a gran parte del XV.
La sconfitta degli Angioini, però, determinò anche quella dei Monforte, che dovettero rinunciare a qualunque pretesa. Per altro le trasformazioni socio-economiche cui andò incontro la città di Campobasso nel corso del Cinquecento favorirono una completa ridefinizione degli equilibri e dei fulcri cittadini. L’aumento demografico e lo spostamento del polo economico verso la pianura e, precisamente, verso il braccio tratturale Cortile-Centocelle, ricalcato dall’attuale via Mazzini, favorì lo sviluppo della città verso la pianura. Lo slargo della Maddalena, zona di mercato e più prossima al tratturo da un lato e all’ingresso in città dall’altro, richiamava pastori, artigiani e mercanti che provenivano anche da fuori provincia e anche da altre parti d’Italia. Documentata è la presenza in quegli anni di bergamaschi, oltre che artigiani del ferro provenienti dalla Lombardia. I nuovi feudatari di Campobasso, i Di Capua, rispondendo alle nuove esigenze cittadine e alle nuove direttrici socio-economiche, realizzarono una residenza signorile ex novo nel nuovo cuore cittadino. La nuova residenza feudale si colloca nell’attuale palazzo Cannavina in via Chiarizia, già via degli Scarpari e in una zona prossima al principale ingresso alla città antica, porta S. Leonardo. Anche in questo caso si trattò comunque di una tendenza generale che, dove possibile, corrispose alla conversione dell’antico castello dai tratti fortemente militari in una nuova residenza di gusto rinascimentale (esemplare è il caso di Gambatesa).
Attraverso gli studi di Uberto D’Andrea, storico di origini abruzzesi, ma molto attento e sensibile anche alla storia del Molise, è noto che nel corso del Seicento, il castello fu adibito a carcere baronale. Due descrizioni del castello, contenute negli apprezzi feudali di Campobasso del 1688 e del 1732, eseguiti il primo dal regio tavolario Luigi Nauclerio e il secondo dal regio tavolario Giuseppe Stendardo per conto delle amministrazioni napoletane all’epoca, restituiscono l’immagine di una struttura architettonica ormai fatiscente, a partire sin dal ponte levatoio, ormai del tutto abbandonato. L’ingresso al castello, sin dagli inizi del Settecento, era già collocato nel piazzale antistante il castello, dov'è attualmente, di fronte alla chiesa di S. Maria Maggiore. Risale al 1760 la realizzazione di una nuova strada realizzata ad hoc per raggiungere la chiesa, fortemente voluta dall’allora vescovo di Bojano, monsignor Bernardo Cangiano.
Il 6 febbraio 1859 il castello fu acquistato dal Comune di Campobasso, che nel 1890 trasformò gran parte dei sotterranei dell’edificio in un serbatoio d’acqua per la città. L’ultima fase di interventi risale agli anni Trenta del Novecento e all’impegno dell’allora potestà di Campobasso, Renato Pistilli-Sipio, un fervente interventista e volontario nella prima guerra mondiale. Entrò ben presto nella scena politica della città, divenendo prima assessore ai lavori pubblici (1921-23) e ricoprendo per due volte l’incarico di potestà (1926-27 e 1935-38). Grazie all’impegno profuso per la sistemazione della città, Campobasso assunse l’appellativo di "città giardino". Sotto la sua amministrazione fu bonificata la città antica e fu ristrutturato il castello, ripristinando anche la strada di accesso allo stesso. Per l’occasione furono rialzate le mura e ripristinata la merlatura in cima. Nella stessa circostanza si provvide anche alla risistemazione del viale della Rimembranza che conduce al castello. Il Pistilli fu segretario generale dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti in guerra e senza dubbio anche per questo motivo decise di destinare il castello a sacrario dei Caduti in guerra, conservando le lapidi dei militari di entrambi i conflitti mondiali. Il restauro del castello e il Sacrario ai Caduti furono ufficialmente inaugurati il 16 maggio 1937 e benedetti il 24 maggio dello stesso anno, in ricordo dell’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto. Lo spazio in cui è ospitato il sacrario è stato completamente ripensato in questa funzione. Alcune tracce architettoniche aiutano a ricordare com’era in origine quell’ambiente. La porta a mezza altezza, che potrebbe sembrare una finestra, dimostra che l’intero ambiente era su due piani. Lo stesso si dica anche dell’immenso cortile all’ingresso del castello che, in origine, doveva presentare un cammino di ronda nella parte più alta oltre a essere diviso in piani e ambienti distinti tra loro.
Un'interessante leggenda narra che, partendo dla maniero, fu realizzato un lungo passaggio sotterraneo, ad opera del conte Cola di Monforte, per garantire la fuga in caso di necessità e raggiungere la collina di san Giovannello, nel versante nord della città. Non sono state ancora condotte indagini capillari per avvalorare questa tesi che pare essere avvolta da un velo leggendario molto suggestivo. Agli inizi del 2000, sono stati portati alla luce alcuni tratti di un percorso ipogeo in punti diversi del centro storico, con cunicoli sottostanti alle abitazioni private, che vengono ormai comunemente chiamati i "sotterranei di Campobasso’". Per alcuni di questi punti sono state ipotizzate delle destinazioni d’uso precise, come nel caso di alcuni locali adibiti a carcere in sotterranei privati di via Ziccardi.
Dalla fine del 1958, i locali sull’estremità del castello ospitano la stazione meteorologica dell'Aeronautica Militare.

Qualche numero di riferimento:

Dimensioni:
la pianta del castello misura 32*44,50 m.  

Altitudine:
la collina Monforte è a 792,50 m. s.l.m.
la parte più alta del Castello è a 811,25 m. s.l.m.

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Reperibilità: Tel. 327/4992312
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Orari di apertura del Castello Monforte

INVERNALE:
da ottobre a marzo
tutti i giorni
mattino ore 9:00/13:00
pomeriggio 15:00/17:00

ESTIVO:
da aprile a settembre
tutti i giorni
mattino ore 9:00/13:00
pomeriggio 15:30/19:30

 
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